La dolce consapevolezza dell’essere normale

Quando parliamo di Bolt (Bolt – Un eroe a quattro zampe, Chris Williams e Byron Howard, USA, 2008) dobbiamo tener conto che, ancora una volta, i formidabili creatori della Walt Disney Animation hanno creato un film nel film. O meglio, un film che ne contiene altri, una sorta di multifilm che cambia a seconda del punto di vista da cui lo si guarda.

La trama: un cagnolino bianco di nome Bolt, dopo aver trascorso tutta la vita sul set di una serie televisiva, pensa di avere i superpoteri del personaggio che interpreta.

Quando crede che la sua padroncina Penny sia stata rapita, si mette in viaggio attraverso il paese per cercare di salvarla: mentre è Alla Ricerca di Penny, con l’aiuto di una gatta e di un criceto, Bolt si renderà conto, dolorosamente, di essere un cane come tutti gli altri.
È già presente, in queste poche righe, un primo livello di lettura: la presa di coscienza, che di solito avviene negli anni tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza, che non solo noi, ma tutto ciò che ci gira intorno (la pura realtà delle cose, verrebbe da dire) non corrisponde per nulla all’idea idilliaca che ci eravamo fatti “da piccoli”.

Per Bolt sarà l’emergere di una dolorosa consapevolezza, rendersi conto che non solo non è provvisto di superpoteri, ma anche che la sua amata padroncina recita una parte (pur amandolo realmente) e inoltre, tutto sommato, il fatto di essere solo un semplice cane, nemmeno troppo dotato. Anche stavolta quindi, come per Baby Boss, siamo sia dalle parti del romanzo di formazione (o Bildungsroman, sì, proprio questa parolaccia) che da quelle dello spettacolo globale (Megamind docet), spettacolo messo in scena sempre a spese di chi ne è l’attore.

Come in The Truman Show (Peter Weir, USA, 1998), anche il nostro cagnolino scambia la rappresentazione della sua vita per la realtà, e come Truman Burbank dovrà faticare non poco per uscire dalla sua Caverna (ricordate il Mito di Platone?), imparare a non prendere le ombre per persone reali e approdare, finalmente, alla pura Essenza delle Cose (il gruppo di famiglia nella casetta “happy ending style” della scena finale). Bolt è anche un road movie, come lo è stato Nemo. Per tre quarti di durata questa pellicola si svolge da New York a Hollywood attraverso gli States dei caravan lunghi dieci metri, degli slums, delle autostrade affollate, dei tanti driver che attraversano in lungo e in largo questa fantastica nazione.

Infine, e questa è la parte più interessante, Bolt è un action movie a tutti gli effetti, almeno nei primi folgoranti venti minuti, dove seguiamo il cagnolino coi superpoteri compiere imprese eccezionali: sollevare auto a testate o serrandole tra i denti, provocare esplosioni e uscirne indenni, correre più veloce di un missile terra-aria, saltare su treni in corsa con una bomba a orologeria in bocca ed, infine, emettere il super latrato, in grado di scagliare per aria camion e carri armati, abbattere elicotteri, sollevare la terra provocando tempeste di dimensioni bibliche. Mentre il cucciolo rientra nella sua roulotte, ci accorgiamo però ancor prima di lui che è tutta una finzione: i morti si rialzano, i carri e gli elicotteri sono finti, tutto lo scenario apocalittico è una messa in scena degna di un grande regista. Da ciò emergono due dolorosi concetti.

Il primo, la guerra è un esercizio che si impara da piccoli, negli anni della prima infanzia, almeno in Occidente. Non dimentichiamo che Bolt resta un film per bambini, con tutto ciò che ne consegue: prendere confidenza fin da piccoli con armi, esplosioni, nette divisioni tra Buoni e Cattivi ma soprattutto con la fascinazione della battaglia: ad esempio l’esplosione dell’elicottero ripreso (computer graphics per l’esattezza), da tre punti di vista diversi, o il ralenty dell’auto scagliata per aria da una testata di Bolt che, passando sopra Penny, ne deforma l’immagine con il riflesso dalla sua lucente carrozzeria, altro non sono che espedienti narrativi per rendere gradevole e ricca di fascino una cosa che di certo non lo è: l’esercizio della violenza contro “i Cattivi”, giustificata o meno che sia.

Il secondo concetto, ribadito dalle comparse che si rialzano dopo la finta morte, è che la guerra è un set. Esiste una rappresentazione della guerra, rappresentazione che i media propongono come reale, ma la guerra, quella vera, non esiste o meglio: ad essa non ci è dato accedere. Quanti significati per un pellicola apparentemente innocua.

Posted on 21/11/2019 in cinema

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